Cherreads

Chapter 2 - "Oltre i massimi sistemi"

I ragazzi osservavano in silenzio le due lontane figure. 

Rimasero lì immobili finchè non li videro sparire tra le colline che erano all'orizzonte, oltre la secca steppa.

Tutta la loro vita l'avevano vissuta sugli stessi binari e quella strana deviazione, che si era palesata davanti a loro da un momento all'altro, gli sembrò irreale. Si guardarono come alla fine di uno strano sogno, in attesa del risveglio che ci sarebbe stato da un momento all'altro.

Ma il risveglio non ci fu.

Qualunque cosa fosse Serece, doveva trovarsi fuori dalla civiltà. 

Andrea si passò la mano sui capelli. La corsa lo aveva fatto sudare.

«Allora c'è qualcuno che è uscito.» disse serio «Me lo sono sempre chiesto, da quando ho memoria.»

«È… strano.» aggiunse Luca grattandosi il mento. 

«E se li seguissimo?» si lasciò scappare sottovoce. 

Davide sbuffò nervoso, poi si girò verso di lui.

«Ti pare il caso? Abbiamo già fatto abbastanza pazzie, per oggi… Ora dimmi perché ti sei messo a correre così all'improvviso verso quei due!» 

Luca evitò lo sguardo dell'amico.

«Se ci avessero visti… Insomma, cazzo, avevano delle pistole…» continuò Davide, scendendo giù dal container. Gli altri lo seguirono.

«Voi avete mai sentito una cosa del genere?» chiese Andrea. 

Non dava quasi peso ai discorsi di Davide, la sua testa era partita e non poteva certo fermarla.

«Di persone fuori dal comune?» Luca alzò agli occhi al cielo in cerca di qualche vecchio ricordo «Dubito, è un tabù. Ricordo un mio compagno delle elementari che ne parlava ogni tanto. Diceva che suo padre era andato oltre il muro ad esplorare le antiche rovine.»

«Uh? E che altro sai?»

«Quel bambino aveva perso il padre da poco…» continuò Luca abbassando lo sguardo «Quella del muro era un'invenzione della madre.»

«Nascondere un lutto a un bambino.» Davide storse il naso in una smorfia «Certe cose andrebbero messe in chiaro fin da subito.»

Andrea stava per perdersi di nuovo nella sua testa quando Davide ricominciò a parlare:

«Ci sono anche altre cose che si dicono sulla terra dei morti. Lo sai, no, perchè si chiamano così?»

«Perché ci sono solo le rovine del vecchio mondo. Steppa infinita e qualche segno lasciato in giro dalle antiche civiltà.» rispose Andrea, che a scuola non andava certo solo per scaldare il banco.

«Beh, sì, tecnicamente. Ma ai bambini, spesso, si racconta di mostri o cose del genere per non fargli pensare di uscire dalla città.»

«Mmh?» Andrea lo ascoltava perplesso. Anche se avesse sentito racconti simili, non avrebbe avuto modo di ricordarli.

«Quasi tutti parlano dei morti, spiriti o cadaveri che rapiscono i bambini che fanno l'errore di uscire dal muro. Devo ammetterlo, come spauracchio funziona bene.» concluse Davide con un sorriso «Ma non hanno certo molta fantasia.»

«Mio nonno mi parlava di vermi giganti, grossi come una gamba e a volte anche di più.» aggiunse Nicola.

«Questa sì che è una leggenda.» 

«Degna di un romanzo dell'orrore.» commentò Luca.

«Anche se lui non lo diceva per mettermi paura. O almeno non sembrava.» 

«Quindi quei due tizi sono davvero unici.» riprese Andrea «Nemmeno nei libri si parla di viaggi simili?»

Luca ci pensò un attimo. 

«Non molto, almeno in quello che si scrive oggi. Di solito gli autori rimescolano elementi che già conoscono, e le storie sono ambientate tutte in parti diverse della città. Chi ha voglia di viaggiare con la fantasia, invece, si inventa direttamente un mondo completamente diverso dal nostro.»

«Aspetta però, un fumetto ambientato fuori dalla città sono sicuro di averlo letto.» lo interruppe Davide «Com'è che si chiamava? Mirco?»

«È vero! Mirco dei funerali, non ci avevo pensato.» riprese Luca «L'autore ne scrisse tanti capitoli. In ogni volume, Mirco incontrava un mostro diverso uscendo di nascosto fuori dalla città.»

«Inutile dire che mia mamma lo detestava.» sorrise Davide.

Nicola interruppe il discorso: «Non so voi, ma mi è venuta fame. Vogliamo passare per casa mia? Poi ne parleremo meglio, di questa storia.»

Tutti si girarono verso di lui, tutti annuirono.

Ci misero poco a raggiungere la villetta di Nicola, che non era tanto lontana dalla periferia.

Grossa e accogliente, quella casa a due piani era un lusso che non molte altre famiglie si sarebbero potute permettere. 

Nicola tirò fuori le chiavi dalla tasca, aprì la porta e si fece seguire dai ragazzi nel salone. 

Lo scuro parquet rivelava il buon gusto dei vecchi proprietari, così come i mobili antichi e il grosso lampadario di vetro dalla luce calda.

I ragazzi si fermarono davanti a un tondo tavolo attorno al quale c'era almeno una sedia di troppo per la famiglia di Nicola. Anche quello era di un legno scuro.

«Ciao, ragazzi.» sorrise gentilmente una giovane donna dalla pelle chiara. Bassa e magra, portava i lunghi capelli castani in una coda di cavallo. «Volete che vi porti qualcosa?»

«Sì, grazie. Quattro panini andranno bene, e un po' d'acqua.» rispose Nicola.

La domestica si spostò in cucina e tornò dai ragazzi in poco tempo. Finalmente i ragazzi si dissetarono: la corsa li aveva lasciati a secco, e un buon pasto era quello di cui avevano bisogno.

«Grazie, Asia.» fece Davide con un sorriso. Lei ricambiò, poi li lasciò soli. 

«Anche oggi niente scuola?»

I quattro si voltarono verso la madre di Nicola. Il viso pallido della donna mostrava le prime rughe ma portava ancora un certo fascino, che l'abito scuro e i capelli neri raccolti a chignon valorizzavano con naturalezza. 

Nicola si alzò e si avviò verso la scala: «Andiamo un attimo in camera. Ci mettiamo poco.»

«Non fate rumore al piano di sopra, la nonna sta dormendo.»

«Ah, una cosa…» Nicola si fermò al primo gradino, la mano ancora dolorante poggiata al corrimano di legno «Al mercato ho visto una spilla come quella che aveva il nonno, credo sia la sua. Sai se potrebbe averla venduta?»

«Non è stato lui.» rispose sua madre agitandosi il ventaglio davanti al viso «L'ho venduta io, tempo fa. Non valeva praticamente nulla, robaccia.»

Nicola strinse la presa sul corrimano: «Lui ti fa un regalo e tu lo dai via così? Il nonno-»

«Il nonno è quello che è, e quel pezzo di metallo non era tanto meglio.» 

Il tono della sua voce si era fatto freddo come l'azzurro degli occhi. Gli amici di Nicola si guardavano attorno in silenzio. 

«Conosco mio padre meglio di te.» ripartì la donna, più calma di prima «Ci ha già dimostrato quali sono le sue priorità. Sarà da qualche parte dall'altro lato della città, ammesso che sia ancora vivo.»

Nicola sbuffò, poi ricominciò a salire le scale. Gli altri tre lo seguirono al secondo piano, ancora in silenzio.

Un lungo corridoio separava i ragazzi dal balconcino. Tra le diverse porte di legno che ben si sposavano con la carta da parati verde scuro, un quadro attirò l'attenzione dei tre ospiti.

«Tuo nonno?» chiese Andrea guardando il ritratto.

Quell'uomo sedeva su una poltrona. Le numerose rughe esaltavano un sorriso caloroso ma anche molto sobrio, quasi illeggibile. La barba era bianca e folta ma ben curata, e i vispi occhi azzurri attiravano l'attenzione anche più delle varie medaglie che portava sulla giacca bianca, una sorta di divisa militare. Sulle spalle, un nero mantello era tenuto fermo da una spilla di metallo. Vedendola così, era davvero identica a quella del mercato.

«Sorprendente che lo teniate ancora appeso, per come tua madre parla di lui.» commentò.

«Mia nonna ha insistito per lasciarlo qui.»

Nicola aprì la porta che era alla destra del quadro e accolse gli ospiti nella sua stanza: era spaziosa ma anonima, piuttosto spoglia.

Il letto era disordinato, la scrivania libera e sul comodino lì vicino c'era qualche libro. Per il resto, la stanza era vuota e non c'erano quadri o poster a ornare le spoglie pareti. 

I tre si sedettero sul letto mentre Nicola chiudeva la porta a chiave e prendeva posto sulla sedia davanti alla scrivania. 

«E se quei criminali usassero delle rovine come nascondiglio? Avrebbe senso, nessuno potrebbe trovarli lì.» 

Luca si girò verso Andrea grattandosi il mento: «Però li abbiamo visti allontanarsi parecchio. Come facevano a sapere che ci fossero delle rovine proprio in quella direzione, la prima volta che le hanno trovate?»

«La prima volta devono essere andati alla cieca. Chissà perché qualcuno vorrebbe mai fare una cosa simile.» rispose lui.

«In ogni caso, quella è gente strana. Sanno cose che noi non sappiamo.» disse Luca «Li potremmo denunciare. Sappiamo come sono fatti.»

Davide si intromise con un sorriso: «Sì certo, e secondo te ci crederebbero pure… E comunque, non voglio coinvolgere mia madre in questa storia.» 

«Mi sembra plausibile l'idea di un accampamento. Non si sarebbero allontanati così tanto, altrimenti.»

Andrea lo guardò pensieroso: «Ed effettivamente, un segreto dovrebbe essere invisibile ai cittadini per essere tale. Questo accampamento dovrebbe essere lontano, abbastanza lontano da non essere mai visto da chi non sa dove cercarlo.»

«E abbastanza vicino da essere raggiungibile a cavallo.» aggiunse Nicola.

«Mettiamo di voler andare a controllare. Farsi tutta quella strada a piedi sarebbe un problema.» disse Andrea.

Davide parlò a bassa voce: «Abbiamo le bici.» 

«Ma è solo teoria. Abbiamo capito che con quelle persone è meglio non averci a che fare.» continuò secco.

Ci fu un breve silenzio.

«Abbiamo una direzione, non ci resta che andare dritti. Vediamo fin dove ci spingiamo, male che vada torniamo indietro.» disse Luca «Se troviamo l'accampamento possiamo avvertire le autorità e riprenderci la nostra roba.»

Andrea si affacciò alla finestra: «Viaggiare di giorno è stancante per il sole, ma di notte si gela ed è buio. Direi che è meglio il giorno. Se volessimo partire, dovremmo farlo presto.»

«Quindi… adesso, in pratica.» disse Davide «Vedo che non ve ne importa dei rischi. E alle nostre famiglie, poi, che gli diremmo?»

«Ci inventeremmo qualcosa a ritorno… Che siamo usciti e che abbiamo dormito in garage, magari.» propose Andrea.

«Vediamo quali sono le possibilità.» riprese la parola Luca: «Probabilmente non troveremmo nulla. Dubito che il percorso sia davvero un'unica linea retta, è probabile che senza sapere la strada andremmo avanti all'infinito sotto al sole. È più difficile, ma comunque possibile, che questa Serece sia effettivamente a portata di mano. Vedendola da lontano potremmo farci un'idea. Facciamo attenzione a non farci vedere, e non potrà succederci nulla.»

«E se poi ci vedono?» Andrea abbassò lo sguardo. Poi alzò un po' la voce, quasi come per rispondersi: «È una scommessa che voglio fare. Non conviene provare a controllare, almeno una volta? Anche tu lo vuoi, Davide.»

Davide sorrise. 

«Mi conosci.»

I quattro si scambiarono uno sguardo di complicità, poi Nicola annuì: «Bene. Ci servirà qualcosa da mangiare, oltre che dell'acqua. Abbastanza per due giorni, non si può mai sapere.»

Prima di uscire prese una giacca nera che di rado si era messo, per paura di rovinarla, ma che quel giorno gli andava portarsi.

I ragazzi scesero nella piccola cantina, poi tornarono in salotto con un pacco di pane. Ci infilarono dentro anche tre bottiglie d'acqua dalla cucina, poi si avviarono verso la porta.

«Asia! Asia! Dov'è? È tornato? Dov'è?!»

La domestica si avviò a passo svelto verso il piano di sopra, seguendo quella voce lontana che gridava in preda al panico.

«Ah, non te l'ho chiesto…» Luca era visibilmente imbarazzato. «Ci sono novità, con tua nonna?»

«Sempre uguale.» sbuffò Nicola. Più che tristezza, il suo sguardo tradiva un certo fastidio. 

«Da quando c'è Asia parla un po' di più, però. Le vecchie domestiche erano sicuramente peggio, per qualche anno è stato quasi impossibile avere una conversazione con lei. L'unica che riusciva a farla uscire da quella stanza se n'è andata… Quanti? Sette anni fa?» 

«Otto.» lo corresse Luca a testa bassa. 

«Già…» 

Adesso era Nicola quello imbarazzato.

«Anche lei le voleva molto bene, a tua madre.» abbozzò il ragazzo, poi accompagnò alla porta i suoi ospiti.

La madre di Nicola li vide uscire.

«Un picnic?» chiese pungente «Non fare tardi.»

Il ragazzo annuì mentre si allontanava con i suoi amici verso il box auto. Lì vicino c'erano le bici.

Il garage era lì come lo avevano sempre visto, se non per la porta e il cassetto aperto.

Si svuotarono di tutti i libri scolastici che portavano negli zaini, che li avrebbero rallentati.

Nicola prese rapidamente qualche scatolina di cartone, proiettili che per la prima volta in un decennio si sarebbero rivelati utili.

Luca abbassò lo sguardo per cercare qualcosa nella cassettiera: tirò fuori un vecchio giornale. Lo piegò delicatamente per non rovinarlo, poi se lo mise nello zaino.

Quando erano piccoli passavano lì quasi ogni pomeriggio, ma negli ultimi anni lo avevano trascurato sempre di più. 

Ancora una volta stavano uscendo in cerca di qualcosa, come nei giochi di un tempo. 

Rimisero a posto la porta chiudendo il box auto al meglio che potevano, sperando che non venisse depredato.

Raggiunto il container con le bici, lo spostarono a fatica spingendo tutti insieme.

Si fermarono a guardare davanti a loro, la steppa infinita si perdeva tra le colline all'orizzonte.

Quando varcarono la spaccatura, il tufo polveroso dei mattoni strusciò contro i loro vestiti macchiandoli di polvere e il duro cemento sotto i loro piedi lasciò il posto all'erba secca.

Risalirono sulle bici e partirono.

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