L'alba sulla base militare di North-Hill non portava mai calore, solo una luce grigia e metallica che rifletteva lo stato d'animo di chi era costretto a viverci. Kael si svegliò prima del suono della tromba, con il sapore amaro dell'ansia sotto la lingua. I ricordi della notte precedente — il volto di Sophie al bar e l'ombra dell'uomo vestito di nero — erano impressi nella sua mente come incisioni su una lapide. Sentiva che un pezzo della sua realtà era stato graffiato via durante il sonno.
Si alzò, infilandosi la divisa con gesti meccanici e precisi. In un mondo che stava iniziando a dimenticare se stesso, la disciplina militare era l'unica bussola che gli restava. Il metallo del suo fucile, appoggiato vicino all'armadietto, era l'unica cosa che sembrava reale in quella penombra spettrale.
«Ehi, Kael, ancora sveglio prima degli altri? Sembri un fantasma che infesta questa camerata,» scherzò Leo, il suo compagno di squadra. Leo era l'esatto opposto di Kael: solare, rumoroso, sempre pronto a ridere nonostante la fatica. Era l'unico legame di amicizia rimasto a Kael all'interno dell'esercito.
Kael non rispose subito. Il suo sguardo cadde sulla branda accanto a quella di Leo. Era vuota, perfettamente rifatta, ma priva di ogni effetto personale.
«Leo, dov'è finito Marcus?» chiese Kael, indicando il letto.
Leo aggrottò la fronte, sinceramente confuso. «Marcus? Di chi parli, Kael? Siamo solo io e te in questa sezione. Forse l'addestramento ti sta dando alla testa.»
Il sangue di Kael si gelò. Sapeva che Marcus era esistito fino a poche ore prima. Ricordava le sue storie, i suoi debiti di gioco, persino il suo odore di tabacco scadente. Eppure, per Leo, Marcus era svanito nel nulla dei ricordi. L'erosione della realtà era iniziata, e l'Entità aveva colpito proprio dentro la loro squadra.
Poche ore dopo, al poligono di tiro, Kael cercò rifugio nella precisione. Disteso a terra, con il ventre premuto contro il cemento freddo, il mondo si riduceva a un unico punto attraverso il mirino ottico. Lì non c'erano persone che sparivano, solo la variabile del vento e la distanza. Trattenne il respiro, svuotando i polmoni. In quel momento di vuoto assoluto, sentì una presenza gelida alle sue spalle.
«Guarda bene, Kael,» sembrò sussurrargli una voce direttamente dentro la testa, una voce senza genere e carica di una curiosità crudele. «Guarda come tutto ciò che ami sbiadisce come inchiostro sotto la pioggia. Cosa resterà di te quando non ci sarà più nessuno a ricordare il tuo nome?»
Kael non si voltò. Premette il grilletto. Bang. Il bersaglio a ottocento metri fu centrato perfettamente.
«Sei un mostro di ghiaccio, Kael,» commentò Leo dal cannocchiale. «Nemmeno un sussulto.»
Ma Kael sapeva di non essere di ghiaccio. Era terrorizzato. Mentre tornavano ai dormitori, vide di nuovo l'uomo vestito di nero sulla torre di guardia. Nessun soldato sembrava notarlo. L'essere alzò una mano in un saluto ironico prima di dissolversi nell'aria come un miraggio. Kael capì che l'Entità non voleva ucciderlo, voleva isolarlo, rendendolo l'unico testimone della fine del mondo.
